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chicchi di lacrime

la vedo sul tavolo della cucina, usurata e familiare come sa essere solo una moka. ma oggi è diversa e presto dovrò nasconderla allo sguardo. non solo le si è staccato il manico, ma questo è venuto via insieme a tutta la parte superiore in alluminio. il tettuccio è stato strappato dalla sua base e così quel caldo e cremoso senso di raccoglimento si è dissolto. era la custode della mia vita fuori sede: la mia prima mattina da universitaria in roma, neo ventenne e frastornata  in un appartamento estraneo, ho caricato la tre tazze e, una volta spento il fornello, ho realizzato che quell’intensità me la sarei dovuta godere da sola. avrebbe potuto essere un presagio alquanto infausto e invece, proprio perchè la moka sul fornello alle sette del mattino fa tanto casa e, nonostante il silenzio, è un eloquente buongiorno,  la situazione è diventata incoraggiante. adesso ho chiaramente bisogno di una nuova moka. ma non sono abituata a sottovalutare la nostalgia e le novità. così ho deciso che non cederò alle lusinghe dei proci usa e getta, tornerò a itaca e poi ripartirò, portanto nella capitale una nuova moka genuina, autentica e segnata.

ciò non priva questo requiem di lacrime e singhiozzi. e, mentre scrivo, sorseggio l’ultima epica invocazione alle muse che dalla moka sono riuscita a distillare.

storie a metano

(altro post pubblicato su incauto sprone della Miss)

è da un pezzo che le storie sembrano aver abbandonato la carta stampata. trame paradossalmente disabituate alla narrazione e intrecci alla ricerca parossistica di nuovi effetti speciali. da una parte la sperimentazione che cerca di conquistarsi l’attenzione dei suoi destinatari, dall’altra il senso stesso della narrazione che, nel momento in cui si basa sul mito, sembra rivelarsi debole e inadeguato alle esigenze dei suoi fruitori. e poi, bisogna ammetterlo: il pubblico dei lettori possiede una certa velleità di ricercatezza e spirito critico, di raffinata predisposizione all’implicito.

simili sboroni e non solo hanno smesso di raccontarsele le cose. la memoria annota i dettagli quotidiani per le freddure con gli amici e li accumula in un arsenale di pettegolezzi riservati alle chiacchiere da tè. quelle fitte di indignazione e condiscendenza, fonte esogena di autostima. così, questo pigro divertissement di stare a dirsi che cosa ci è successo giace sotto una falsa reputazione di livello basilare e primitivo della comunicazione. in effetti, non è che ci voglia tanto per ricostruire l’avvicendarsi dei fatti.

nel 1981 elias canetti si è aggiudicato il premio nobel per la letteratura non per il monumentale saggio “massa e potere” cui ha dedicato più di 30 anni della sua vita, ma per i tre volumi della sua autobiografia. ha messo in ordine i ricordi in modo banalmente cronologico, rispolverando i diari dei suoi 20 anni e sfoggiando una prosa  asciutta e misurata. ha ricostruito la stoira della sua famiglia – ebrei di origine spagnola che si muovono in tutta europa, attraverso maledizioni e classici della letteratura, una guerra mondiale, il tramonto degli imperi centrali, le persecuzioni -  e, sullo sfondo, la sopita aspirazione di diventare uno scrittore. il punto è che i caratteri si rivelano nel tempo e nelle vicissitudini e il suo lavoro se ne nutre, mettendosi in disparte rispetto all’emergere selvaggio delle contraddizioni umane. qualche estate fa i wu ming sono venuti a presentare il romanzo “manituana” in un paesino arroccato dell’avellinese, in occasione di un festival intitolato a sergio leone. si sono messi a raccontare che le loro storie se le vanno a cercare raschiando il fondo della storia. al bando i ripieghi intimistici.

tutto un mondo interiore, a un certo punto, ha preso il sopravvento. drammi quotidiani, tragedie che spezzano il cuore, fiumi di inchiostro per stare dietro a sentimeni affranti che sembrano rispecchiarsi ovunque, malesseri esistenziali che emergono da blog e psicologia spicciola. noia e solitudine che non trovano il modo di essere colmate.la frattura delle modalità di trasmissione avrà pur avuto la sua origine. forse ci si è stancati dei racconti quando sono finiti i mondi da scoprire e i reportage di viaggi sui giornali hanno sostituito i diari degli esploratori. esauritosi il boom della letteratura di fantascienza, immaginare la vita su marte ha perso presto tutto il suo slancio evasivo e fantastico. perché forse siamo ripiombati in una sorta di illuminismo tenocratico, per cui la concretezza delle possibilità dietro l’angolo ha relegato in nuovo genere l’immaginazione via caratteri mobili. la saghe fantay hanno invaso classifiche, scaffali e conversazioni di tendenza e, senza destare preoccupazioni, hanno popolato l’immaginario di tredicenni e non. diciamocelo: il fascino della predestinazione e orsi corazzati hanno raccolto l’eredità delle storie di guerra raccontate dai nonni.

e tutto un pubblico pronto a offrirsi in ostaggio di questo speen comprato da feltrinelli, che non ha né dove né quando e pretende una felicità gratuita, nell’isolamento della storia e nell’esclusiva immersione nella contemporaneità.

mezzanotte

io alla fine di una giornata così spossante pretendo solo di essere – non dico amata -  ma almeno rispettata per come sono. senza dovermi giustificare, senza stare ancora a spiegare, a fornire prove di (non)colpevolezza. con un attimo di rispetto per la razionalità delle mie decisioni, perché non sto chiedendo a nessuno di viversela al mio posto. e se mi va male, pazienza!, se poi cambio idea non sto dando la colpa a nessuno.

kurt vonnegut in “mattatoio n.5″ parla di un tizio (che nessuno me ne chieda il nome) che colleziona oggetti da tortura per hobby. ebbene, lo definisce una persona che ha bisogno di fornire costantemente dimostrazioni di sé e, in quanto tale, pericolosa. voglio provare a tenermi alla larga da una nevrosi del genere…

in fumo

gli entusiasmi a pezzi. bivaccando fra i ripensamenti e i sensi di colpa. il fardello cieco dell’impotenza, le strade che si disgregano, le conversazione che si spengono. fissando il disordine e sprecando, nel frattempo, situazioni potenzialmente positive. ci sto provando a viverlo, e non è mai quello che vorrei. colpa mia, è chiaro. in fondo, non vedo l’ora che questo cielo esploda. così, mi racconto qualche storia.

un’altra serata per ringraziare la buona letteratura, quella che mi fa respirare momenti di vastità.

la genesi del DiEssino

(post pubblicato su incauto sprone della Miss)
all’improvviso ti viene da dentro l’ira, perché i giudizi sono superficiali, i governi inefficienti, il tempo è prestabilito e l’amicizia ha il singhiozzo. puoi spaccare tutto e fare la figura di kung-fu panda, finché ci pensi un attimo e cambi strategia. hai quel minimo di letture e teorie -e professori eternamente liceali- che sembrano illuminarti il sentiero. ci credi che, più o meno presto, possa andare come te la immagini, a dispetto degli insuccessi, di esiti scoraggianti, di volontà intimidatorie lungo la corrente opposta.
e quando questo sturm und drang adolescenziale si sfuma in velleità, lo senti. riannodi le fila di una natura umana universalmente contraddittoria, per cui, spesso, l’essenziale è conservarsi, e neanche tu vieni meno alla necessità della sopravvivenza. un popolo che cerca ovunque i segni di una permanente sicurezza a venire, pronto a coglierli e a seguirli, come le reliquie una religione, insinuate nei concorsi per l’Amministrazione Pubblica. l’aspirazione di fondo che si respira, è quella di un paradiso in terra senza chiavi: negli anni ‘30, in Italia, si diceva che non avevi bisogno di porte sprangate per startene tranquillo in casa tua. non è che tutta la questione mi sconvolga più di tanto, perché ho miseramente imparato ad accettarlo quest’andazzo. la svolta è che, a un certo punto, arriva l’eroe. seconda metà degli anni ‘90, bruno, curvo e folkloristicamente italiano: il DiEssino.
il DiEssino è consapevole. è consapevole in quanto dotato di spirito critico. una sorta di harry potter delle internazionali. il parlamentarismo borghese è un’avada kedavra scagliata sull’uguaglianza degli uomini. il genere umano, sotto effetto della maledizione imperius, cui il Prescelto è sottratto, brancola nel buio. Così, mentre mi aspetto un attimo di magia superiore che ci salvi tutti, la prole dei coniugi Potter si contende l’autenticità della cicatrice alquanto inflazionata. Ben lungi dal pragmatismo anglosassone (7 anni di scuola superiore per valutare il pericolo della questione, stringere alleanze, riunire e addestrare un Esercito, combattere e fare fuori il cattivo), i cugini italiani di harry potter si stanno mettendo d’accordo circa le basi teoriche dell’azione, a partire da un quesito embrionale:- come fare a cambiare le cose?
et voilà, il Salotto. in Francia dicono così, ma che gente è, mi vergogno di chi mi rappresenta, io nel caffé ci metto la saccarina sai poi il diabete potrebbe, sono loro che ci indeboliscono, non mi sono laureato/a perché la politica è la mia strada, Un Paese che. nell’aria una fragranza di fallici dopobarba, sui vassoi pasticcini bio e, immancabile testimonial della campagna, il Ghigno di Spirito.
il primo a muoversi è un angolo -a scelta- della bocca, che lentamente solleva l’intero zigomo. le sequenze dell’azione sono direttamente proporzionali al climax dell’indignazione e, presto, quella che era un’opinione come tante altre sfocia in un monologo privo d’interlocutore. il tono della voce si acuisce e abbatte le parti che provano ad infrangere la sacralità del rito. è molto probabile che l’istrione -con gli occhiali che gli scivolano sul naso- concluda la sua romantica performance ripetendo:- Ma dai, ma dai…  In questa fase, può sia far sporgere la mandibola sia apire la bocca e prolungare la “a” a tempo indeterminato (sopperendo così alla carenza di ossigeno). quando il colore rubizzo della primadonna si sarà attenuato, lo vedremo camminare tronfio e compiaciuto come un signorotto verghiano.
moti del genere possono esplodere ovunque, in qualsiasi momento, recando disturbo a sensibilità ancora ferite dai manuali di filosofia del Liceo, che escono per seguire corsi di scienza politica in università private e, sotto lo zerbino, trovano la copia IN BIANCO E NERO E SENZA IMMAGINI di stampa comunista. un po’di rispetto per la perplessità altrui insomma.

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